Salone del mobile, design innovativo, miseria antica…

    E’ appena passata la sbornia, mediatica e non solo, del salone del mobile a Milano, vetrina internazionale sulle nuove tendenze dell’arredamento, ma anche, secondo loro, su nuovi modi di vivere e di interpretare la propria esistenza, basati naturalmente sull’effimero, sull’immagine trasmessa dal brand che ovviamente tenta di interpretare una qualche soggettività presunta accattivante, presunta creativa. Gli oggetti esposti spaziano dalla bruttezza all’inutlilità, qualche guizzo di sincero buon gusto, ma quasi nulla che lasci realmente un segno, sostanzialmente vuoti, linee ricercate per usi ignoti… Va da sè che in un evento del genere ne succedano di tutti i colori, e secondo noi alcune cose che saltano all’occhio sono degne di nota.
    Per cominciare è evidente che la portata di questo salone sulla città di milano è stata tutt’altro che culturale, la vera ricaduta è stata quella monetaria nelle tasche dei soliti pochi, basti pensare che in quella settimana  dormire in una stanza d’albergo a Milano può costare dai 400 ai 2000 euri a notte, sempre che riusciate a trovarla.  Per non parlare delle affascinanti location del fuori salone, capannoni fatiscenti che neanche gli squatter più incalliti avrebbero preso in considerazione sono diventati il centro del fermento culturale cittadino. Sembra una banalita’ ma nessuno dei visitatori del salone sembrava ricordare che non basta coprire la merda per evitare di sentirne la puzza.
    L’area dell’ex Ansaldo in parte è già un  cumulo di macerie essendone iniziata la demolizione, ma la parte ancora in piedi è comunque in condizioni al limite dell’inagibilità, acqua che cola dal soffitto fradicio, serramenti ed uscite di sicurezza inesistenti, polvere in quantità inimmaginabile. O gli ex capannoni della c.g.e. che, grazie ad una mano di bianco spruzzata sopra la polvere prodotta da anni di lavoro di un sacco di gente, sono diventati, a dire dei proprietari, il “luogo delle possibilità”.  Peccato che basti davvero molto poco per trovare i segni del passato, sotto quella velatura di finto candore.
    A discapito dell’immagine che il salone voleva dare di se’ tutte le questioni legate alla sostenibilita’ e all’eticita’ erano assolutamente parte di questa fiera dell’effimero. Non c’era neanche l’ombra di una consapevolezza o della coscienza politica che era stata al centro, ad esempio, di uno storico designer italiano come Enzo Mari. Quest’ultimo nella sua riflessione sul design ando’ a fondo nella contraddizione di come ‘la forma’ poi vada a interferire con la materialita’ della produzione, con gli operai che in serie avrebbero prodotto gli oggetti tanto fichi che sarebbero poi finiti nei salotti della borghesia. In un momento in cui il settore della produzione industriale e’ investito da una marea di cambiamenti, dalle esternalizzazioni, dalla gestione non-organizzata ed atipica dei lavoratori, alla necessita’ della decrescita, ci sarebbe tantissimo da proporre, ma in realta’ hanno avuto effetto soltanto le parole ad effetto. Anche solo nell’allestimento della manifestazione erano all’ordine del giorno situazioni rischiose per i lavoratori, allestitori, imbianchini, tecnici, facchini etc. in totale disprezzo di normative e buon senso, tanto che vi sono voci, non confermate e non di prima mano, che parlano di due morti durante l’allestimento in fiera, e un altro operaio si sarebbe rotto bacino e una gamba durante lo smontaggio. Fatto che se fosse vero dà la dimensione degli interessi che governano un evento di questa portata.  

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